anti-rape cloak abito anti stupro

Anti-Rape Cloak, l’abito anti-stupro

Anti-Rape Cloak

Il dibattito sulla donna oggetto, sulla sessualizzazione del corpo e sul messaggio che la comunicazione trasmette servendosene è più vivo che mai e l’ultima provocazione arriva dall’artista britannica Sarah Maple che ha presentato Anti-Rape Cloak, praticamente un abito anti-stupro.

Si tratta di un mantello nero, ampio e informe, con tanto di nome scritto a grandi lettere su fondo rosso proprio davanti. Lo scopo è quello di servirsi della satira per rispondere a chi ritiene che la scelta degli abiti da indossare possa avere una qualunque responsabilità sul terribile atto di violenza.

Sarah Maple non è nuova alle provocazioni, la sua produzione artistica ha spesso puntato ad accendere il dibattito intorno al corpo della donna e spiega con le sue stesse parole le intenzioni della nuova creazione:

“Mi ha sempre fatto molto arrabbiare l’idea che le donne vittime di stupro possano sentirsi in qualche modo responsabili per ciò che hanno deciso di indossare. Molte donne che conosco ci sono passate e non hanno mai denunciato, sono convinte che non sarebbero state credute. Leggendo Everyday Sexism di Laura Bates mi sono resa conto di quanto questo sentimento sia diffuso – a quante ragazze è stato detto che non sarebbe successo se non avessero indossato quella minigonna o se non avessero frequentato un certo posto.”

L’obiettivo dell’artista, fotogrando in giro per il mondo il suo Anti-Rape Cloak, è quello di incentivare il dibattito sull’eccesso di sessualizzazione delle donne e sull’idea della donna oggetto. E continua, dichiarando a Huffington Post:

“Raramente le donne vengono incoraggiate ad essere sexy. Dai media arriva continuamente un messaggio che punta sulla sessualità femminile ma se poi le donne si vestono in modo provocante, allora significa che se la cercano. È una contraddizione che mi fa infuriare. È ridicolo pensare che un po’ di carne esposta renda gli uomini animali senza controllo. È un’idea che svilisce sia gli uomini che le donne!”

Max Mara Art Prize for Women, annunciate le cinque finaliste

MaxMaraArtPrize

La Whitechapel Gallery, Collezione Maramotti e Max Mara hanno annunciato i nomi delle cinque artiste finaliste del sesto Max Mara Art Prize for Women durante un evento speciale che si è tenuto nella sede storica di Max Mara a Reggio Emilia, lo scorso 4 ottobre 2015. Le artiste finaliste sono Ruth Ewan, Ana Genovés, Emma Hart, Tania Kovats e Phoebe Unwin.

Le finaliste, che hanno realizzato installazioni, sculture e dipinti, sono state selezionate da una giuria presieduta da Iwona Blazwick OBE, Direttrice della Whitechapel Gallery, e composta da Fiona Bradley, Direttrice della Fruitmarket Gallery di Edinburgo; Sarah Elson, collezionista e fondatrice di Launch Pad, che commissiona e sostiene artiste emergenti; Helen Sumpter, critica e giornalista di Art Review; Alison Wilding, artista e membro della Royal Academy.

Il Max Mara Art Prize for Women è stato istituito da Whitechapel Gallery e Max Mara Fashion Group nel 2005.  La  finalità è la promozione e valorizzazione di artiste che operano nel Regno Unito e non hanno ancora esposto le loro opere in una mostra antologica personale. E’ l’unico premio di arti visive di questo genere nel Regno Unito.

Alla vincitrice, il cui nome sarà annunciato agli inizi del 2016, verrà assegnato un periodo di residenza di sei mesi in Italia, organizzato specificamente in base alla sua pratica e ricerca artistica. Nel 2017, il lavoro della vincitrice sarà presentato in un’importante mostra personale alla Whitechapel Gallery e successivamente alla Collezione Maramotti in Italia.

Le artiste finaliste del Max Mara Art Prize for Women 2015-17 :

Ruth Ewan (n. 1980, Aberdeen)
La pratica artistica di Ewan comprende installazioni, materiale stampato ed eventi. I suoi campi d’interesse sono connessi a storie radicali, politiche e utopiche, da cui attinge tramite un’attenta ricerca e collaborazioni con gruppi diversi – storici, archeologi, orticultori, musicisti, maghi e fornai. Per la sua mostra del 2015 Back to the Fields al Camden Arts Centre di Londra, ha creato una visualizzazione di vita vera del ‘Calendario repubblicano francese’, in un’importante installazione che comprendeva flora e fauna, animali vivi e una tana di lontra di dimensione reale. Dopo la rivoluzione francese, il calendario fu sviluppato su commissione statale da artisti francesi, rinominando i giorni e i mesi dell’anno in relazione agli elementi del mondo naturale, nel tentativo di liberare la Francia da influenze religiose e monarchiche.

Ana Genovés (n. 1969, Madrid)
Genovés impiega fotografie di costruzioni pubbliche, ostacoli e servizi raccolti online, offline e durante i suoi viaggi come referenze per il suo lavoro. Interessata in particolar modo a oggetti e spazi trascurati,  l’artista li ripropone in opere che sottolineano la natura incerta della netta geometria del mondo che ci circonda. La sua recente mostra presso la Standpoint Gallery di Londra ha presentato una selezione di opere site-specific, tra cui Concrete stage and partition wall (2014) che seguendo le particolarità architettoniche della galleria – dal pavimento rialzato di un ex ufficio alle finte pareti – provocava un’ambigua relazione tra lo spettatore e lo spazio stesso.

Emma Hart (n. 1974, Londra)
Hart combina ceramica, video, fotografia e suono. Si interessa al modo in cui le esperienze reali vengono erroneamente rappresentate, quando sono catturate dalla macchina fotografica, veicolando ansie, imbarazzi e autobiografia nel proprio lavoro. L’artista allestisce fotografie e proiezioni video su forme grezze di argilla o impiega cermiche in scala maggiore rispetto alle dimensioni reali all’interno di accurate installazioni che saturano i sensi. Giving It All That (2014), la sua opera più recente per la Folkestone Triennial, è stata installata in un appartamento in disuso, con l’intento di sottoporre il visitatore a diverse forme di pressione sociale. In uno spazio connotato da versamenti e sudore, lunghi arti rosa offrono recipienti d’argilla su vassoi decorati con fotografie raccapriccianti, mentre occhi riflessi su blocknote in ceramica controllano la stanza.

Tania Kovats (n. 1966, Brighton)
Kovats realizza sculture, installazioni su larga scala e opere basate sul tempo che esplorano la nostra comprensione del paesaggio e il modo in cui relazioniamo ad esso. Conosciuta per le sue grandi opere negli spazi pubblici, ha prodotto la prima installazione d’arte permanente del Natural History Museum, Tree, nel 2009. Per celebrare i 200 anni dalla nascita di Charles Darwin, l’opera commissionata si è ispirata a un semplice diagramma tracciato sul suo quaderno d’appunti dopo il viaggio sul Beagle. Per un suo recente lavoro, Rivers (2012), installato nei terreni del Jupiter Artland Sculpture Park in Scozia, Kovats ha raccolto l’acqua di un centinaio di fiumi delle Isole britanniche e inserito i flaconi che la contenevano in una rimessa per barche appositamente costruita.

Phoebe Unwin (n. 1979, Cambridge)
Unwin è una pittrice che sperimenta con una grande varietà di materiali che includono inchiostro di china, vernici a spruzzo, colori acrilici e a olio. L’artista non parte da fotografie, ma spesso crea i suoi lavori traendoli dalla memoria o da blocchi da disegno che servono da quaderni visivi delle sue esperienze quotidiane. Le sue opere, che abbinano composizioni astratte di colori ad acqua, elementi di ritratti e nature morte minimali, comprendono Aeroplane Meal (2008), che presenta la forma riconoscibile di un vassoio in plastica reso piatto  con colore spray, disposto su uno sfondo stratificato che ricorda un tappeto fantasia o un paesaggio visto dall’alto.

Nobel Medicina 2015 a Youyou Tu, 12esima donna a vincere

Nobel Medicina

Il Premio Nobel per la Medicina 2015 va alla scienziata cinese Youyou Tu, dodicesima donna a ricevere questo prezioso riconoscimento: insieme a lei vincono anche William C. Campbell e Satoshi Omura. Determinante, ai fini del trionfo della cinese, è stata la scoperta dell’artemisina, utile per la cura della malaria. William C. Campbell e Satoshi Omura hanno invece messo a punto importanti terapie per la cura di alcune infezioni da parassiti molto frequenti nel Terzo Mondo. Ma quali sono tutte le donne che, negli anni, hanno vinto il Nobel per la Medicina?

Insonnia notturna, manuale di sopravvivenza per mamme

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I bambini che piangono in continuazione e che nonostante i consigli degli esperti non riescono proprio a dormire, generano tensione e stanchezza nei genitori. È inevitabile, qualche volta si considera che tutto sia da ricomprendere nel prezzo della maternità ma poi quotidianamente bisogna sopravvivere. Ecco in che modo. 

lady gaga donna dell'anno 2015 per billboard

Lady Gaga donna dell’anno 2015 per Billboard

lady gaga donna dell'anno 2015 per billboard

Taylor Swift ha guadagnato il titolo lo scorso anno, ma è Lady Gaga donna dell’anno 2015 per Billboard. Il magazine americano elegge la popstar regina del momento. Verrà dunque incoronata alla fine dell’anno donna Billboard del 2015 dalla rivista musicale più influente per ciò che riguarda le classifiche delle hit.

Il premio le sarà consegnato nel corso della cerimonia ufficiale che si terrà il prossimo 11 Dicembre ma ci incuriosiscono soprattutto le motivazioni. Il successo sul palcoscenico della cantante, che ha venduto milioni di copie dei suoi dischi e ha stupito con un look a dir poco esuberante in ogni occasione, ha decretato questa vittoria. Ma non solo. La motivazione ufficiale, spiegata da Janice Min, è:

“Il premio Women of The Year di Billboard rappresenta il meglio nell’ambito della musica e premia un figura influente e che ha avuto un ruolo di leadership nel corso dell’anno. Nessuno incarna questi valori meglio di Lady Gaga nel 2015. Dalla sua incredibile performance nella notte degli Oscar al suo tour mondiale, dai risultati in ambito filantropico grazie alla sua fondazione che mira al miglioramento della vita dei giovani, fino ad arrivare al suo ruolo in televisione nella serie American Horror Story. Non c’è nessuna donna che domini i gusti della cultura pop e ne guidi l’evoluzione come fa lei in questo momento. È davvero una forza.”

Intanto Lady Gaga si prepara all’uscita del suo nuovo album che avverrà nel corso del 2016 e non ci sono dubbi che stupirà come ogni sua impresa artistica. Ma non è mancato neanche il suo commento alla nomina per il premio. Su Twitter Miss Germanotta ha cinguettato:

“Non riesco a credere di essere stata nominata donna dell’anno dalla rivista Billboard. Vi ringrazio e sono enormemente grata.”

Photo Credits | Joe Seer / Shutterstock.com

Festa del Cinema di Roma, l’omaggio ai classici della Cineteca Nazionale

Ingrid Bergman - Siamo donne 0235843FTG P - (c) fotogramma tratto dalla pellicola conservata presso la Cineteca Nazionale

Nel centenario della nascita di Ingrid Bergman, celebrato in tutto il mondo per ricordare una delle più grandi – e cosmopolite – attrici di sempre, la riscoperta di un piccolo gioiello di Roberto Rossellini, l’episodio Ingrid Bergman del film collettivo Siamo donne, che vede la diva alle prese con l’impertinente gallina di una vicina di casa, decisa a rovinarle l’amato giardino. Un capolavoro di cine-ritrattistica, capace di catturare in pochi minuti – tra (neo)realismo e finzione – la personalità della protagonista: uno scherzo, un gioco, quasi un home-movie… ma anche, secondo rosselliniani di ferro come Tag Gallagher, “il film più geniale” dell’autore di Roma città aperta.

Il restauro di Ingrid Bergman è a cura di CSC – Cineteca nazionale, Ripley’s film Srl e Viggo Srl in collaborazione con Marzi Srl.

A trentacinque anni dall’uscita nelle sale italiane (e dai premi al Festival di Cannes: migliore sceneggiatura e migliore attrice non protagonista), La Terrazza di Ettore Scola conferma il suo valore di straordinario “documento d’epoca” – e al tempo stesso di metafora profetica – sull’Italia (e la sua sinistra intellettuale) alla vigilia degli anni ’80. Un affresco amaro e disincantato, firmato da Age e Scarpelli (oltre che dallo stesso Scola) e interpretato da un cast monumentale: Tognazzi, Gassman, Trintignant, Reggiani, Mastroianni, Sandrelli. Per celebrare il restauro della pellicola, Disaronno organizzerà una serata evento alla Terrazza Caffarelli.
Il restauro di La Terrazza è a cura di CSC – Cineteca Nazionale, in collaborazione con Dean Film.
A quindici anni dalla scomparsa, la proiezione – per la prima volta in versione integrale – di Odissea nuda è un omaggio a Franco Rossi, autore tra i più ingiustamente dimenticati del nostro cinema (e della nostra tv, pensiamo all’Odissea). Interpretato da Enrico Maria Salerno nei panni di un regista italiano catturato dal fascino esotico di Tahiti, il film – tra i più censurati nella storia del cinema italiano (oltre 11 minuti di tagli) –  è il racconto di un viaggio che si ispira alle derive di Gauguin e anticipa anche certi temi di Antonioni.
Il restauro di Odissea nuda è a cura di CSC – Cineteca nazionale, Istituto Luce Cinecittà ed Euro Immobilfilm.

La Cineteca Nazionale collabora, inoltre, con Istituto Luce Cinecittà alla Retrospettiva dedicata ad Antonio Pietrangeli, ospitata presso il Cinema Trevi durante la X edizione della Festa del Cinema di Roma. L’approfondimento sarà accompagnato dalla pubblicazione del volume “Antonio Pietrangeli, il regista che amava le donne” (a cura di Piera Detassis, Emiliano Morreale, Mario Sesti), realizzato da Centro Sperimentale di Cinematografia/Cineteca Nazionale, Fondazione Cinema per Roma e Istituto Luce Cinecittà in collaborazione con Edizioni Sabinae.

Foto | Cineteca Nazionale press

Festa del Cinema di Roma, il programma completo della decima edizione

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Dal 16 al 24 ottobre si terrà la decima edizione della Festa del Cinema di Roma, presso l’Auditorium Parco della Musica.  Il direttore artistico Antonio Monda ha sottolineato più volte il passaggio da “festival”a “festa” durante la conferenza stampa di presentazione, un autentico ritorno alle origini.

Rottura evidente con le edizione precedenti, coinvolgimento capillare della città, pubblico vero protagonista sono i punti di forza della decima edizione. Le pellicole in concorso saranno 37 tra film e documentari, 10 incontri e 10 omaggi, 3 film in collaborazione con Alice nella città, 3 retrospettive.

Il programma

Selezione ufficiale

Alaska di Claudio Cupellini

Amama – When a tree falls di Asier Altuna Iza

Angry Indian Goddesses di Pan Nalin

Au plus près du soleil di Yves Angelo

Campo Grande di Sandra Kogut

The confessions of Thomas Quick di Brian Hill

La delgada linea amarilla di Celso R. Garcia

Distancias cortas di Alejandro Guzman Alvarez

Dobbiamo parlare di Sergio Rubini

The end of the Tour di James Ponsoldt

Eva no Duerme di Pablo Agüero

Experimenter di Michael Almereyda

Fargo – Seconda Stagione di Randall Einhorn

Fauda di Assaf Bernstein

Freeheld di Peter Sollett

Full Contact di David Verbeek

Hiso hiso boshi di Sono Sion

Hua li shang ban zou di Johnnie To

Junun di Paul Thomas Anderson

Legend di Brian Helgeland

Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti

Mistress America di Noah Baumbach

Moje Corki Krowy di Kinga Debska

Monogamish di Tao Ruspoli

Ouragan, l’Odysee d’un vent di Cyril Barbancon

Pojkarna di Alexandra Therese Keining

The Propaganda Game di Alvaro Longoria

Pticka di Vladimir Beck

Registro di classe – Parte Prima 1900-1960 di Gianni Amelio e Cecilia Pagliarani

Les Rois du monde di Laurent Laffargue

Room di Lenny Abrahamson

Sport di Ahmad Barghouthi

Truth di James Vanderbilt

Under Sandet di Martin Zandvliet

Ville-Marie di Guy Edoin

The Walk 3D di Robert Zemeckis

Zhuo Yao Ji di Raman Hui

Eventi speciali

Rio, Eu te Amo, episodio La fortuna di Paolo Sorrentino

La Grande Bellezza (versione estesa) di Paolo Sorrentino

Incontri ravvicinati

Jude Law

Wes Anderson, Donna Tartt

William Friedkin, Dario Argento

Joel Coen, Frances McDormand

Paolo Sorrentino

Todd Haynes

Carlo Verdone, Paola Cortellesi

Renzo Piano

Riccardo Muti

Paolo Villaggio

Retrospettive

Viaggio nel mondo della Pixar – Masterclass con Kelsey Mann

Antonio Pietrangeli

Pablo Larrain

Omaggi

Ettore Scola

Paolo e Vittorio Taviani,

Ricordando Pasolini

Francesco Rosi

Ingrid Bergman

Luis Bunuel

Stanley Kubrick

Hitchcock/Truffaut

Frank Sinatra

Odissea nuda di Franco Rossi

modella con l’hijab H&M

Una modella con l’hijab posa per H&M

modella con l’hijab H&M

È sulla bocca di tutti la notizia della prima modella con l’hijab che compare nell’ultimo spot di H&M dedicato al ririclaggio dei vestiti. Si intitola Close the Loop e tra gli altri protagonisti della campagna pubblicitaria un po’ provocatoria compare la modella Mariah Idrissi, londinese ventitreenne con origini pakistane e marocchine.

Si tratta della prima modella ad indossare il velo della tradizione religiosa islamica in un video girato da H&M per invitare le persone a sottolineare la diversità, nella vita quotidiana come nella moda.

Nello spot compaiono anche altri personaggi di ogni angolo del mondo, inclusa qualche minoranza, e tutti esibiscono fieramente la propria diversità, le proprie preferenze personali, la propria appartenenza ad uno stile o la scelta di rinnegarli tutti.

Eppure a colpire l’immaginario collettivo è solo Mariah, perché non si era ancora vista in Occidente una donna islamica posare per una campagna pubblicitaria e indossare l’hijab sulla scena con tanta nonchalance e uno stile tanto fresco e moderno. D’altronde la modella interpreta se stessa e in quanto tale indossa il velo che ha deciso di portare dall’età di 17 anni come simbolo della sua fede religiosa. Lo indossa sempre, anche nelle sue foto personali pubblicate su Instagram.

Dietro l’entusiasmo per questa accoglienza gioiosa della diversità nel grande alveo del mainstream, tuttavia, ci sono anche motivazioni diverse, come quelle economiche. Con questa mossa il colosso svedese mira non solo a lanciare un messaggio positivo relativamente alla libertà di ciascuno di esprimersi come meglio crede. Lo scopo non troppo recondito, nascosto dietro i buoni sentimenti, è assicurarsi una nuova e ricca fetta di mercato. Le donne musulmane, secondo stime approssimative ma significative, entro il 2019 spenderanno la ragguardevole cifra di 430 miliardi di euro nell’abbigliamento e negli accessori.

Ma non si commetta l’errore di pensare che Mariah sia stata strumentalizzata, ha accettato con gioia l’idea di posare per questa campagna pubblicitaria spiegando che indossare l’hijab non significa né nascondersi né vivere una vita di oppressione ma solo fare una scelta personale. Commenta le critiche ricevute spiegando:

“Le persone hanno detto ‘Ma se indossare l’hijab ha a che fare con la modestia, come mai posa davanti a un obiettivo?’ Ma perché non dovrei, se sono decentemente coperta? Non hai bisogno di essere nuda per apparire bella. Non limiti la tua personalità indossando un foulard.”

E ammette non solo di acquistare nelle catene del low cost occidentale e di vivere benissimo nella sua città, una Londra multiculturale piena di stimoli e di mode, ma anche di seguire con piacere le cosiddette Hijabis, un gruppo di blogger internazionali che indossano il velo e non rinunciano alla moda e allo stile.

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