
Naike Rivelli e Yari Carrisi si sono conosciuti durante la loro esperienza a Pechino Express e da allora non si sono più lasciati e adesso si scopre che forse la figlia di Ornella Muti è in dolce attesa.
Società e cultura, uno sguardo contemporaneo sul mondo che ci circonda, un punto di vista critico espresso attraverso notizie, approfondimenti, gallerie fotografiche e video.

Naike Rivelli e Yari Carrisi si sono conosciuti durante la loro esperienza a Pechino Express e da allora non si sono più lasciati e adesso si scopre che forse la figlia di Ornella Muti è in dolce attesa.

Per il centenario dalla nascita di Ingrid Bergman, arriva in Italia il documentario Io sono Ingrid diretto dal regista svedese Sting Björkman che racconta la storia della grande attrice attraverso le sue parole e i film da lei girati. Dopo l’anteprima al Festival di Cannes nella sezione Classici, il 19 e 20 ottobre arriva al cinema, distribuito da Bim Distribuzione.
Björkman ha raccontato che nella primavera 2011 avvenne l’incontro con Isabella Rossellini, figlia della mitica attrice svedese e del regista Roberto Rossellini. La stessa Isabella gli suggerì di “fare un film su mamma“. E proprio grazie quest’idea, è nato il documentario, che il 29 Agosto avrebbe compiuto 100 anni.
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Foto | Ingrid Bergam frame youtube

Voglio una ruota lancia una campagna di crowdfunding per realizzare un documentario sulle donne e la bicicletta, su come questi due mondi si sono incontrati e amati, si sono cambiati e a vicenda e hanno modificato la percezione delle donne, della loro libertà, della loro forza. Nonostante ciò, ancora oggi in molti paesi per le donne è disdicevole inforcare una bici e nel mondo dell’agonismo le cicliste sono classificate come dilettanti.
Per raccontare una lunga storia di confronto e incontro, e per cambiare un po’ anche il futuro, la squadra di Voglio una ruota ha deciso di investire sulla partecipazione delle persone che credono nel valore della bicicletta, come mezzo di trasporto ma anche come strumento di emancipazione e libertà.
Lo scelta del crowdfunding è la voglia di riuscire a rimanere un progetto indipendente. C’è tempo fino al 16 Novembre per raggiungere l’obiettivo e realizzare il documentario sulle donne in bicicletta che avrà tecnica mista, con animazioni e interventi delle donne che oggi stanno cambiando il mondo del ciclismo al femminile.
Questo è lo slogan della campagna scelto da Antonella Bianco, la regista del documentario, insieme al suo team. È una storia d’amore quella che il film si propone di raccontare e che la campagna ha già iniziato a farci scoprire.
Una storia che inizia nell’Ottocento, quando la bicicletta fu inventata. Era un periodo di grandi progressi tecnologici e la bicicletta divenne subito un simbolo di libertà. Le donne all’inizio ebbero vita dura, non era facile pedalare con le grosse gonne dell’epoca e veniva considerato oltremodo sconveniente. L’emancipazione femminile aveva trovato il suo primo strumento di lotta.
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Questa storia, con le sue storie, vuole rendere giustizia alle donne cicliste che stanno lottando per cambiare questa percezione riduttiva della loro passione, per rivendicare il diritto a far girare le proprie ruote in completa libertà.
“Non bisogna andare troppo lontano per capire che la parità dei diritti è ben lontana persino in Occidente – dice Antonella Bianco – in cui il ciclismo femminile è visto come uno sport minore rispetto a quello maschile. In Italia, per esempio, non esiste una legge che riconosca le donne atlete come professioniste, con tutta la disparità economica e sociale che ne consegue. Ragazze che vincono medaglie d’oro in competizioni internazionali gareggiano come dilettanti.”
Nel documentario saranno presenti le testimonianze di molte donne che hanno fatto della bicicletta il fulcro della loro vita, diventando simbolo stesso del ciclismo al femminile oltre che di affrancamento da invisibili ma tenaci barriere culturali.
C’è la storia di Edita Pučinskaitė, unica donna ad aver vinto Giro d’Italia, Tour de France e Campionati del Mondo. C’è quella di Paola Gianotti, che ha compiuto il giro del mondo in bicicletta polverizzando il record precedente. E avete mai sentito parlare della storia delle ragazze egiziane del gruppo GoBike del Cairo? Ogni giorno sfidano i pregiudizi del loro paese che ritiene sia inappropriato per una donna andare in bicicletta.

E poi c’è Eyerusalem, giovane e promettente ciclista etiope che contro il parere della famiglia ha tenacemente inseguito il suo sogno, ad appena 13 anni, prima fuggendo ad Addis Abeba e poi arrivando in Italia, dove oggi corre con la squadra Michela Fanini. Oggi ha 23 anni e la sua è una storia di riscatto.
“Abbiamo già iniziato le riprese – racconta il team di Voglio una ruota – e conoscere Eyerusalem e ascoltare la sua storia è stata un’esperienza intensa e coinvolgente. Man mano che andiamo avanti, si fanno nuovi incontri e si aprono mille strade nuove. Mi piacerebbe poter includere tutti nel progetto, la scelta è davvero difficile.”
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Il campo verticale del padiglione Israele a Expo 2015 è diventato un simbolo potente, non solo del messaggio che il paese ha voluto portare all’Esposizione Universale ma anche della più concreta possibilità che i modelli proposti possano essere accolti anche altrove. È quello che sta succedendo a Milano.
Il giardino verticale che ha adornato per mesi il padiglione di Israele è stato ripreso da un network di professionisti italiani che fa capo a Plinio63 Hublab e si occupa di progettazione architettonica in chiave green. L’idea è quella di creare spazi verdi dove non c’è terreno a disposizione, perché fagocitato dalle costruzioni moderne.
Grazie all’idea del Padiglione Israele, un piccolo seme è stato gettato con l’Expo 2015 e già ha attecchito: il modello proposto è stato rivisitato in chiave fai da te per renderlo accessibile ed esportabile facilmente a tutti i livelli, in tutte le realtà, anche dentro casa.
Secondo il nuovo progetto, chiunque voglia potrà creare il proprio orto verticale in casa, facilmente e ottenendo risultati inaspettati sia in termini decorativi sia in termini più propriamente produttivi: la soddisfazione di crescere in casa propria l’insalata da portare in tavola non è impagabile? Per non dire poi dell’indubbio influsso positivo che ha sulla qualità della vita poter godere di uno spazio verde.
I campi verticali fai da te sono irrigati a goccia, proprio come il grande campo costruito da Israele a Expo 2015 e probabilmente uno degli elementi più fotografati e ammirati in assoluto in tutto l’evento. Il campo verticale casalingo non bagna, non macchia e non sporca. È già completo di tutto e si può sistemare sul terrazzo ma anche dentro casa. Una vera rivoluzione per chi non dispone neanche di un piccolo balcone.
Photo Credits | Facebook Padiglione Israele

Negli ultimi giorni sui social media si assiste ad uno strano fenomeno che un hashtag contribuisce a spiegare: #polishedman è un movimento social che parte dagli uomini e gli uomini coinvolge in un battage che acquisisce forza dalla sua diffusione e ha lo scopo di sensibilizzare le persone sui temi della violenza sui bambini.
Su Twitter, Instagram, Facebook si vedono apparire uomini con le unghie smaltate che proprio per la bizzarria di queste immagini inattese attirano l’attenzione sul messaggio che vogliono comunicare. L’iniziativa si è sparsa rapidamente in tutto il mondo ma è partita da Elliot Costello, amministratore delegato di Ygap, un’organizzazione che si occupa di aiutare comunità disagiate ad affrancarsi dalla povertà.
La portata dei social media come sempre amplifica moltissimo la più piccola delle battaglie, sempre che il messaggio di fondo sia di valore. In questo caso lo è, per quanto venga proposto in un modo che non ci saremmo certo aspettate: gli smalti di solito sono nostro appannaggio quasi esclusivo e ci sorprende (ma positivamente) vedere come gli uomini abbiano scelto di utilizzarlo per attirare l’attenzione.
Secondo le stime, 1 bambina su 4 e 1 bambino su 5 sono vittime di violenza prima di raggiungere l’età di 19 anni, dice Costello in un’intervista ad Huffington Post, e continua:
“La maggior parte di queste violenze è commessa da uomini. È dunque importante che gli uomini si assumano la responsabilità di cambiare le cose.”
La campagna è partita il primo Ottobre e proseguierà fino al 15. Agli uomini che vogliono partecipare viene chiesto di smaltare un’unghia della loro mano e mostrarla sui social media, accompagnandola al messaggio. È stata lanciata anche una raccolta fondi da devolvere ad associazioni che si occupano di sostegno all’infanzia.
Ma da dove salta fuori l’idea di dipingersi le unghie? Da un’esperienza personale di Costello in Cambogia, dove si trovava per lavoro. Ha avuto occasione di parlare a lungo con una ragazza dalla storia difficile di nome Thea, maltrattata in orfanotrofio proprio dalle persone che dovevano proteggerla. Prima di congedarsi, la ragazza gli aveva smaltato un’unghia di blu e Costello se n’è servito come simbolo per la sua nuova battaglia.
Photo Credits | Twitter

Si tiene a Roma il 7 e l’8 novembre 2015 al Cinema Trevi (vicolo del Puttarello, 25), a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, la Quarta edizione del Festival di Cinema vintage “Il gusto della memoria,” rassegna di film ispirati alle immagini d’archivio il cui tema di quest’anno è “La Storia dal Basso”. Attraverso le immagini presenti sull’archivio Nos Archives (che custodisce in full HD 25mila filmati realizzati tra il 1922 ed il 1984 girati in formato ridotto 8mm, 9,5mm, 16mm, 17,5mm e Super8) registi, studenti di scuole di cinema, studenti dei licei raccontano la Storia da un punto di vista alternativo a quello ufficiale.
Diretto dalla montatrice e regista Cecilia Pagliarani e dall’artista Manuel Kleidman, il festival ha ottenuto quest’anno il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco e avrà come presidente di giuria il regista Pupi Avati. La giuria è anche formata da Roger Odin, professore emerito di Scienze dell’informazione e della comunicazione all’Università Paris III Sorbonne Nouvelle; Marco Giusti, critico cinematografico, saggista, autore televisivo e regista; Enrico Bufalini, Direttore dell’Archivio Storico dell’Istituto Luce; Manuel Kleidman, decoratore di teatro, creatore di marionette e carri teatrali, pittore, incisore su legno e bronzo, collezionista ed esperto in arte palestinese; Anaïs la Rocca, regista e art director e Alessio Santoni, fonico e tecnico del suono. Per il secondo anno consecutivo sarà di scena il contest Junior, dedicato a agli studenti under 18 delle scuole medie e superiori, che dovranno presentare una storia anche inventata utilizzando i materiali cinematografici realizzati dal 1922 al 1970, presenti in nosarchives.com e nell’archivio dell’Istituto Luce.
Sabato 7 novembre sarà proiettato, tra gli altri, il documentario di Alessandro Piva, Pasta Nera, che, attraverso rari filmati e fotografie d’archivio, racconta uno dei migliori esempi di solidarietà tra Nord e Sud del nostro Paese, nell’immediato Dopoguerra. Domenica 8 novembre, invece, due proiezioni accompagneranno i film in concorso: un film inedito ritrovato dai direttori del festival, firmato da Carlo Ludovico Bragaglia e il documentario di Gianni Amelio e Cecilia Pagliarani, Registro di classe, che attraverso immagini d’archivio, racconta la scuola italiana dal 1900 al 1960.
Il contest del festival è articolato in tre sezioni: Fiction, per cortometraggi della durata massima di 12 minuti; Documentari, per opere di reportage o di docufiction della durata massima di 30 minuti e infine la sezione Pubblicità, dedicata a spot pubblicitari per prodotti attuali o vintage, della durata massima di 45 secondi. Tutti i lavori contengono almeno il 60% di immagini d’archivio.
Il 2015 è l’anno dei grandi anniversari: il centenario dell’ingresso italiano nella Grande Guerra, i 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma anche i 50 anni dalla prima passeggiata spaziale e i 40 dalla nascita di Microsoft. Che documenti ci faranno rivivere questi eventi? La storia ufficiale ci offrirà sicuramente bellissimi film e approfondimenti. Ma cosa sappiamo degli uomini in trincea nel 1917? Come si viveva a Roma nel 1945? Chi ricorda i colori delle divise dei nazisti a passeggio per le città italiane? E quante limonate sono state consumate ascoltando la radiocronaca della prima passeggiata lunare? La Storia ora si può raccontare anche grazie alle immagini che i privati hanno lasciato in custodia a nosarchives.com, foto e filmini amatoriali, sottolinea la direzione artistica.
Il festival, fondato e diretto dalla montatrice e regista Cecilia Pagliarani e dall’artista Manuel Kleidman è organizzato dall’Associazione per la salvaguardia della memoria filmica amatoriale Come Eravamo, in collaborazione con l’archivio di cinema amatoriale nosarchives.com. Un evento unico, ispirato dall’opera di salvaguardia della memoria dell’archivio nosarchives, che possiede, restaura e digitalizza secondo i più innovati dispositivi dagherrotipi, negativi su vetro, diapositive, Polaroid, filmini familiari e di viaggi e di fatto costituisce il primo archivio mondiale di video ed immagini amatoriali. Il portale ospita più di 25mila filmati e un innumerevole repertorio di immagini che hanno fatto la Storia del Ventesimo secolo.

Non sono poche le spose a cui l’organizzazione del matrimonio rischia di sfuggire di mano per un’eccessiva ansia di perfezione, ma in questo caso a lasciarsi andare un po’ troppo è stata la coppia di sposi dopo le nozze.
Anziché godersi il coronamento della propria felicità tra gli amici più cari o preparare la valigia per il viaggio di nozze, ha pensato bene di spedire una vera e propria fattura di rimborso a due amici (ma diremmo ex-amici, a questo punto) che non si sono presentati al ricevimento dopo aver dato conferma della loro presenza.
Potremmo dire molte cose sulla mancanza di educazione dei due invitati che non si sono premurati di avvisare per la loro assenza, ma quello che ci lascia a dir poco basiti è la fredda rabbia che deve aver mosso i due sposini per compilare e spedire, con tanto di richiesta di spiegazioni e danaro, la fattura con l’importo per i due pasti preparati, pagati e sprecati.
I matrimoni sono faccende costose e non poco spinose, lo sappiamo bene, ma che potessero essere anche occasione per la fine di un’amicizia in termini tanto spiacevoli, non lo avremmo mai immaginato.
Gli sposi e le loro famiglie sostengono costi esagerati per organizzare ricevimenti principeschi (ma in fondo alla coscienza dovrebbe emergere forte e chiaro il famoso detto “chi è causa del suo mal…”) ma ciò autorizza una coppia di sposi che si suppone immersa in un brodo di giuggiole di felicità ad inviarti una fattura così astiosa? Gravissima la colpa, senza appello la condanna per non essersi presentati alla celebrazione della loro gioia.
Gli sposi incriminati di tanta scortesia hanno spedito a Jessica Barker e consorte la sgradevole missiva contenente il conto del ristorante e una rude richiesta di spiegazioni. Spiegazione che Jessica ha dato pubblicamente a Kare 11 che l’ha intervistata: lei e il marito hanno dovuto rinunciare all’ultimo momento per via della non disponibilità della baby sitter che si prendesse cura dei bambini per la notte. Bambini che, secondo l’invito, non erano ammessi alle nozze.
Photo Credits | KARE 11 Facebook

Non esistono più tute blu nelle fabbriche della Fca. Da tempo sono state sostituite da quelle bianche, un cambio voluto dallo stessa dirigenza diversi anni fa.
Gli operai non hanno mai apprezzato la novità e le operaie ancor meno. A scatenare la battaglia sono state proprio le lavoratrice dello stabilimento Fiat di Melfi. Da giorni, infatti, nel sito lucano si discute sul problema delle tute che sembrano essere troppo bianche, motivo per cui molto spesso le donne si ritrovano i pantaloni macchiati di sangue durante il ciclo mestruale.
Come membro del coordinamento donne del sindacato ho ascoltato le lamentele delle mie colleghe e mi sono data da fare. In fabbrica accadono troppi episodi incresciosi del genere, in ogni reparto. Una situazione imbarazzante. Quando si verifica non sappiamo dove andare, visto che non possiamo tornare a casa. Abbiamo dieci minuti di tempo di pausa, ma non ce la facciamo mica ad andare in bagno tutte le volte, dove si accumula la coda delle colleghe, queste le parole di Pina Imbrenda, delegata Fiom nello stabilimento che ha iniziato a raccogliere le firme.
Circa cinquanta i casi simili raccolti dal sindacato nelle ultime settimane: lavoratrici costrette a rientrare in casa a causa della divisa macchiata, o altre colleghe rimaste chiuse in bagno con i pantaloni macchiati in condizioni di estremo disagio. Tutto questo è amplificato dalla posizione lavorativa “Noi facciamo i metalmeccanici, stiamo tutto il giorno in posizioni assurde – spiega l’operaia Pina dopo il turno di notte – perché lavoriamo dentro le macchine, facciamo un lavoro con il corpo piegato dentro le scocche. Diventa facile sporcarsi quando hai il ciclo mestruale. E così scatta un senso di umiliazione. Tutti in fabbrica lo vengono a sapere, qualcuno dei colleghi maschi fa anche il commento stupido tra le auto in fila. Tutto per colpa del pantalone chiaro. Per questo abbiamo deciso di agire cominciando a raccogliere firme per chiedere di cambiare il colore della divisa. Basta, non ce la facciamo più”.
La raccolta firme comprende attualmente la firma di circa 400 operaie (in azienda sono all’incirca 600 donne con contratto a tempo indeterminato su un totale di 8mila dipendenti) che hanno lasciato il loro numero identificativo aziendale, un segnale forte.
Le firme raccolte sono state spedite alla dirigenza dell’azienda Fca di Melfi che lo scorso venerdì ha affrontato il problema durante la commissione con tutte le sigle sindacali. La soluzione è arrivata ed è stata esposta in un comunicato della Fismic nella bacheca aziendale: “Da gennaio in arrivo una culotte da indossare sotto la tuta, per le donne alle prese con indisposizione mestruale”. Una scelta che non è stata condivisa dalle protagoniste di questa vicenda, che hanno paragonata la soluzione alla consegna di un pannolino.
Purtroppo la richiesta comporta una spesa rilevante, in quanto cambiare il colore della tuta comporterebbe adottare tale provvedimento per tutte le sedi dell’azienda. Ma i lavoratori si dicono convinti a risolvere la vicenda.
Su questa storia si sta cominciando a ricamare un po’ troppo. I lavoratori hanno visto questa richiesta delle loro colleghe come un modo per rivendicare una non dovuta esigenza di maggiore spazio. Quella tuta bianca è stata il frutto di una campagna di marketing, ma se l’azienda ascoltasse le esigenze delle sue dipendenti, penso che realizzerebbe una campagna comunicativa ancora più incisiva” – il commento di Roberta Laviano dalla segreteria regionale Uilm.
Foto | video melfi youtube