Vacanze finite, è boom di psicofarmaci

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Le ferie sono finite ed è boom di psicofarmaci per affrontare meglio lo stress del rientro e il presentarsi di tutti quei problemi che pensavamo di avere lasciato dietro l’angolo ma che purtroppo ci hanno aspettato al rientro dalle vacanze. Il dato è impressionante ed evidenzia un aumento consistente di persone che ricorrono a medicinali per tirarsi su di morale. A lanciare l’allarme è Claudio Mencacci, psichiatra e direttore di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Ospedale delle bambole, una tradizione napoletana

Ospedale delle bambole_1800_Luigi Grassi

Tutte le bambine hanno avuto una bambola del cuore che purtroppo si è danneggiata nel tempo. Molte di loro hanno deciso di non abbandonarla o gettarla, ricorrendo proprio all’ Ospedale delle bambole, il centro medico napoletano aperto nel 1800 che ha accolto milioni di oggetti del cuore di piccoli clienti. E io sono una di loro.

La bottega si trova in una celebre strada di Napoli, via San Biagio dei Librai n.81, mentre il Bambolatorio è al civico 46. Sul sito ospedaledellebambole.it, oltre ad essere specificato dettagliatamente il pronto intervento fornito, si può leggere anche la storia di questo centro in vita da ben quattro generazioni.

Infatti, tutto iniziò alla fine del 1800, quando Luigi Grassi, scenografo dei teatri di corte e dei teatrini dei pupi, lavorava proprio in via San Biagio dei Librai meglio nota come Spaccanapoli. Oltre a dipingere scenografie, il signor Grassi costruiva e riparava ogni oggetto di forma o genere, tra cui i pupi di scena. Un giorno una donna entrò nella bottega con una bambola rotta, implorando il signor Luigi di aggiustarla. Il maestro la curò e dopo poche settimane la restituì completamente guarita alla proprietaria.

In poco tempo si sparse la voce in tutta Napoli e furono sempre di più le mamme che si recarono da Grassi per riparare l’unica bambola delle proprie bambine. Pian piano il laboratorio si riempì di bambole smontate, teste, occhi, braccia che pendevano ovunque. E fu così che i napoletani iniziarono a chiamarlo o’ spitale d’è bambole; poco tempo dopo Grassi scrisse in rosso “OSPEDALE DELLE BAMBOLE” sopra una tavoletta di legno, aggiungendo una croce come quella degli ospedali veri e appendendo la targhetta fuori dalla bottega.

L’Ospedale delle Bambole di Napoli è il luogo dei desideri, l’Isola che non c’è dove finiscono tutti i sogni di quando eravamo bambini. Il Bambolatorio, laboratorio dove si effettuano i restauri che è possibile visitare previo appuntamento, permette di tenere in vita tutti questi sogni.

 Bambola del 1960 di Isa Milk riparata dall’ Ospedale delle Bambole, Napoli

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Foto | Ospedale delle Bambole Facebook, Isa Milk

Io Sto Con La Sposa, 17 minuti di applausi a Venezia – TRAILER

Io sto con la sposa

Io Sto Con La Sposa spadroneggia nella 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia: diciassette minuti di applausi hanno accompagnato la proiezione di una pellicola unica nel suo genere che per la prima volta mira a raccontare una storia vera, quella di un finto corteo nuziale messo in piedi dai tre registi per aiutare cinque palestinesi e siriani a continuare la loro fuga per l’Europa dopo lo sbarco disperato a Lampedusa.

Lillian Weber, a 99 anni cuce un abito al giorno per le bambine povere

Lillian Weber Iowa Bambine povere

Quella di Lillian Weber, signora dell’Iowa che il prossimo maggio compirà 100 anni, è una bella storia. Dal 2011 Lillian cuce e confeziona un abito nuovo al giorno, e non lo fa per sé o per adempiere a qualche commissiona. Lillian cuce per aiutare le bambine bisognose nel mondo.

Ad oggi Lillian ha donato oltre 840 abiti a Little Dresses for Africa, un’organizzazione cristiana no profit che si occupa di distribuire abiti alle bambine e ragazze in difficoltà. L’obiettivo di Lillian è di arrivare al confezionamento di 1000 prima del prossimo compleanno (maggio 2015): “Quando arriverò a 1000 andrò ancora avanti, se sarò in grado. Non c’è motivo di starsene con le mani in mano”, ha dichiarato durante un’ intervista televisiva; mentre la figlia di Lillian ha aggiunto che ogni abito cucito è diverso e originale: “Sono tutti personalizzati, perché per lei non è sufficiente creare gli abiti. A ciascuno deve dare un tocco personale, qualcosa di speciale”.

Una volta confezionati, gli abiti di Lillian sono spediti dalla Little Dresses for Africa negli orfanotrofi, nelle chiese e nelle scuole di 47 paesi dell’Africa e in altre zone povere del pianeta come Haiti, Honduras, Thailandia, Messico e anche in alcune città degli Stati Uniti.

Altre signore del quartiere si sono unite alla sua causa con la voglia di dare il proprio contributo all’organizzazione benefica.

Fonte |huffingtonpost.com

Foto |WQAD-TV

Ama le tue smagliature, su Instagram la rivolta delle donne imperfette

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I social network stanno ormai diventanto lo strumento più immediato per portare avanti battaglie delicate: e così, dopo Twitter usato dalle donne turche che rivendicano pari diritti degli uomini, ecco che è Instagram a diventare luogo di ribellione per tutte quelle donne imperfette: donne normali, che lottano ogni giorno contro inestetismi, imperfezioni e… smagliature e che hanno creato una pagina che si chiama Ama le tue smagliature: un inno ad accettarsi per come si è, senza farsi troppi problemi.

Su Facebook anche le foto delle donne che allattano

I social network hanno ristretto l’uso delle foto che mostrano le nudità femminili ma le donne hanno avviato una protesta, anzi una social protesta all’insegna dell’hashtag #FreeTheNipple, che vuol dire “Liberate i capezzoli”. Adesso le donne che allattano possono pubblicare le loro foto con i bambini impegnati nella poppata.

The expose project, la bellezza imperfetta secondo Liora K e Jes Baker

projectOltre ad essere opinabile ed relativa, la bellezza è imperfetta. Se ne sono accorte finalmente anche le donne, da decenni, per non dire da secoli, vessate da immagini di corpi che avevano la pretesa di incarnare indecifrabili e, ahimè per molte, irraggiungibili canoni di bellezza. A sdoganare la bellezza femminile in tutta la sua imperfezione c’è voluto lo sguardo di una donna, anche di due donne autrici del progetto The expose project.

Mark Bustos, il parrucchiere dei clochard di New York

Mark Bustos

Mark Bustos è un giovane parrucchiere di New York che lavora sei giorni a settimana in un salone della Grande Mela.

La domenica è il suo unico giorno libero, ma non lo prende di riposo. Ogni domenica mattina dal 2012,  infatti, Mark gira per le strade della sua città con una valigetta da lavoro per fare i capelli ai clochard che incontra per caso. Dopo aver offerto la sua prestazione, fa accomodare i clienti su uno sgabello che porta dietro con sé e inizia il lavoro, mentre la sua fidanzata provvede al pranzo dei clienti.

Ogni domenica Mark effettua mediamente sei tagli, e molto spesso condivide i lavori sul suo profilo Instagram. A tutti quelli che gli domandano il perché di questo comportamento, Bustos risponde “Perché ogni vita umana ha lo stesso valore”.

Tra tutti i clienti avuti in questi due anni di attività, l’uomo che ricorda con maggior affetto è Jemar Banks.

“Dopo avergli offerto qualcosa da mangiare, durante il taglio non disse quasi una parola, ma quando alla fine gli porsi uno specchio per vedere il risultato la prima cosa che disse fu: ‘Conosci qualcuno che offre lavoro?”.

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Fonte| huffingtonpost.it

Foto| Mark Bustos instagram