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Sesso soft per San Valentino

Sesso soft: è questa la parola d’ordine per il San Valentino del 2016. La coppia ha bisogno di riscoprirsi, e ritrovare la passione. Non c’è occasione migliore di questa per trasformare una festa commerciale in un incontro per riavvicinarsi davvero.

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La vagina è ancora un tabù?

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Tra artiste che tentano di spezzare i tabù sessuali e intere popolazioni femminili costrette al giogo maschile, c’è tutto un mondo in continuo mutamento anche se ancora lunga è la strada verso una percezione del corpo femminile davvero libera, non solo non sessualizzata e strumentalizzata dalla pubblicità ma anche scevra da tabù che perpetuano una posizione subalterna della donna.

Lo spunto per la riflessione ce lo fornisce un recente episodio accaduto nel corso di una puntata di Celebrity Big Brother, il Grande Fratello con i personaggi famosi che va in onda nel Regno Unito. Alcuni coinquilini uomini, frugando nel cesto della biancheria sporca, hanno trovato un paio di slip dell’attrice Stephanie Davis sporchi di secrezioni vaginali. I bellimbusti hanno esibito facce disgustate, mostrando a tutti gli slip e umiliando la loro proprietaria.

Il gesto, che il canale televisivo ha deciso di mandare in onda in nome dell’intrattenimento, ha suscitato reazioni contrastanti. Molte sono state le proteste verso l’atto di stupido bullismo e la scelta dell’emittente di trasmettere la scena, ancora di più le dichiarazioni di disgusto in accordo con gli uomini schifati dalle secrezioni vaginali trovate sulle mutandine.

Tra i termini utilizzati ci sono “disgustoso”, “da vomito” e “orrendo” per descrivere un fenomeno del tutto naturale. Una reazione diffusa e censoria nei confronti di qualcosa che va tenuto nascosto e, se svelato, stigmatizzato. La stessa reazione che suscitano, a diverso grado, anche i peli femminili e le mestruazioni.

Perché la pubblicita di un rasoio mostra gambe già perfettamente depilate e quella di un assorbente si serve di acqua blu per rappresentare il sangue mestruale? Perché la società non accetta il corpo delle donne così com’è. Mentre in un uomo peli e fluidi fisiologici sono considerati segno di virilità, in una donna sono vergogne da nascondere.

La vagina dunque è ancora oggi un tabù e dei più resistenti da spezzare. Tutto ciò non fa che perpetuare un atteggiamento misogino, arcaico e ancora troppo radicato nei confronti del corpo femminile considerato sporco, corrotto, contaminato.

La vagina espelle fluidi fisiologici naturalmente, con diversa consistenza e colore a seconda del periodo del ciclo mestruale. Nessuna donna può e deve essere umiliata da un trattamento così ridicolmente discriminatorio. E con ciò ci ricolleghiamo anche al tabù nei confronti delle mestruazioni, che invano da tempo si combatte, e alla più recente questione della tassazione degli assorbenti.

Photo Credits | Vladimir Gjorgiev / Shutterstock.com

Un museo subacqueo dedicato ai migranti – gallery

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La mostra dedicata ai migranti presso il Museo Atlantico di Lanzarote sarà inaugurata ufficialmente il prossimo 25 febbraio. Per vederla sarà necessario immergersi, perché si tratta di un museo subacqueo, attraverso cui vivere l’orrore e le emozioni di chi rischia spesso la vita per coltivare la speranza di una vita migliore. 

Le dictures di Soraya Doolbaz, l’artista che veste i peni

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Sarà capitato a chiunque tra voi svolga una libera professione appena fuori dagli schemi fronteggiare facce dubbiose alla spiegazione del modo in cui vi guadagnate da vivere ma immaginate le facce di coloro ai quali Soraya Doolbaz dice che per mestiere fotografa peni.

Niente a che vedere con il mondo del porno ma molto con l’arte perché la fotografa canadese di origine iraniana ha un progetto preciso e molto ricco di implicazioni, più di quelle che a prima vista la foto di un pene farebbe sospettare. Le sue foto le chiama dictures, una crasi tra le parole dick, cioè il pene, e pictures, semplicemente foto.

I soggetti dei suoi ritratti sono sempre uguali nell’essenza, sempre diversi negli esiti. Si tratta di peni variamente abbigliati, con veri e propri abiti che danno vita ad una galleria ricchissima di personaggi con lo scopo non troppo recondito di rendere più familiare ciò che normalmente resta nascosto o viene esibito in maniera molto poco sana. L’idea infatti le è venuta quando, nel suo periodo da single, frotte di uomini le mandavano foto con i genitali al vento, tutte invariabilmente identiche e tutte con il medesimo basso scopo.

Prendi il tabù, scoperchialo e ammantalo d’arte, dagli un’altra ragion d’essere, portalo in bella vista: ecco cosa ha fatto Soraya che sta ottenendo un successo inatteso. Di recente alcune sue opere sono state esposte nella galleria d’arte Art Basel Miami Beach e vendute a 10 mila dollari l’una. Un bel traguardo, per la foto di un pene.

Dall’idea alla realizzazione: l’artista ha messo a punto un guardaroba completo e variegato e poi ha dato il via agli scatti. L’unico problema che le si presenta spesso è la durata dell’erezione, perché per ottenere foto soddisfacenti dopo la preparazione c’è bisogno di una buona mezz’ora. Per questo ai modelli viene richiesto di presentarsi con i propri compagni, in modo che in caso di bisogno si possa… rimediare.

Tra i personaggi che ha creato con le sue immagini, Soraya è particolarmente fiera di Fidel Cockstroke (in foto), di Saddong Hussein, di Napoleon Boner Parte e di Cumrad Stalin, che compongono la schiera dei dick-tators. Il suo obiettivo era ironico, spiega la fotografa. Che continua:

“Gli uomini dovrebbero essere orgogliosi dei loro peni indipendentemente da dimensioni e caratteristiche. Donne e uomini gay non dovrebbero avere vergogna di goderne pienamente. Mi chiedo allora: se tanti lo amano, perché è sempre nascosto? A mio parere gli uomini si vergognano di mostrarlo e forse per questo tette e chiappe sono diventate le parti più intriganti del corpo da fotografare. Peni e testicoli erano messi in bella mostra nelle statue dell’antica Grecia e dell’epoca romana. Poi è entrata in gioco la religione cattolica che ne ha censurato la visione con la classica foglia di fico. Attraverso le mie foto spero che si torni ad accettare i genitali come sono, facendo luce e un po’ di sano umorismo su uno dei nostri tabù.”

Bellezza o razzismo: lo spot della crema che sbianca la pelle

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Il mese scorso l’azienda di cosmetici thailandese Seoul Secret ha messo in circolazione una pubblicità che lancia una crema che sbianca la pelle chiamata Snowz. Quello spot ha suscitato un così fitto vespaio di polemiche che è stato prontamente ritirato con tante scuse dell’azienda la quale, tuttavia, ha lasciato il prodotto sul mercato.

Fin qui la notizia, dunque la riflessione. Assistiamo ogni giorno a decine di spot che veicolano messaggi fuorvianti e modelli di bellezza distorti che alterano la nostra percezione di noi stesse e del mondo che ci circonda. Talvolta queste pubblicità suscitano indignazione, in più rari casi vengono ritirate. Ecco perché fa notizia quando una pubblicità come quella di cui parliamo finisce per essere ritirata e proprio in un paese che della pelle bianca ha fatto un vero e proprio dettame di bellezza.

In Thailandia, e più in generale in tutto il mondo asiatico, la pelle chiara è vissuta come un valore imprescindibile. Il mercato cosmetico cavalca da molti decenni l’onda della richiesta delle donne di prodotti capaci di agire sulla pigmentazione della pelle sbiancandola fino all’inverosimile.

A ciò si aggiunge la meticolosa attenzione alla protezione dai raggi solari non solo con filtri protettivi ma anche per mezzo di ombrelli e guanti, quando non si arriva addirittura ad astenersi dall’uscire all’aperto nelle ore di sole. Un atteggiamento che spesso ci appare bizzarro ma non lo è più di della corsa alla tintarella che invece caratterizza da molti decenni noi occidentali.

La questione è legata a ragioni storiche perché nel mondo occidentale moderno la tintarella rappresenta la possibilità economica di permettersi vacanze in luoghi esotici nell’arco dell’anno mentre nel mondo orientale per secoli avere una pelle abbronzata significava appartenere alle classi sociali inferiori, costrette a lavorare la terra. Fin qui si prende semplicemente atto di un atteggiamento sociale, molto ben radicato.

Lo spot incriminato però ha portato tutto ciò alle estreme conseguenze. Nel video l’attrice Cris Horwang, una celebrità thailandese dalla pelle candida, dichiara:

“Nel mio mondo la competizione è feroce. Se non mi prendo cura di me, tutto quello che ho costruito, la bianchezza sulla quale ho investito, potrebbe scomparire.”

Un’affermazione agghiacciante per molti di noi ma del tutto naturale per una donna asiatica. Almeno finché la pelle dell’attrice non inizia a scurirsi fino a diventare letteralmente nera mentre la donna si dispera, sconvolta per l’accaduto, e si paragona ad un’attrice concorrente dalla pelle chiara che le indica il prodotto miracoloso per ritornare bianca.

Questa scelta pubblicitaria è stata vista come un insulto nei confronti delle persone dalla pelle scura che, al di là dei canoni di bellezza vigenti nel mondo asiatico, sono storicamente discriminati. Il fatto stesso che lo spot abbia suscitato indignazione è legato a stretto filo alla percezione del pericolo nel perpetuare atteggiamenti simili nei confronti della differenza del colore della pelle tra le persone che al di là delle circostanze storiche è stato determinato unicamente da ragioni di adattamento geografico nel corso dell’evoluzione umana.

Nonostante le scuse dell’azienda, tuttavia, il prodotto è rimasto sul mercato e a nessuno è venuto in mente di ritirarlo dal momento che il giro d’affari legato alle creme sbiancanti in Asia supera i 13 miliardi di dollari l’anno. Quello che più colpisce però è scoprire che non solo in Asia ma anche in Africa l’ansia di ottenere una pelle più chiara appartiene a percentuali altissime di donne, circa il 35% in Sudafrica, addirittira il 75% in Niger.

Sono milioni le donne che fanno regolarmente ricorso a questo genere di prodotti benché spesso si registrino effetti collaterali anche gravi. Il problema allora non risiede in una pubblicità che non fa altro che interpretare i tempi, pur distorcendone le premesse ai propri scopi. Il problema è molto più radicale. La reazione allo spot, però, ci fa sperare in un lento ma costante cambiamento.

Analfabetismo KO grazie all’idea di un’imprenditrice italiana

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Sembra scontato al mondo occidentale che tutti i bambini e le bambine di oggi sappiano leggere e invece esistono delle risacche di analfabetismo sulle quali intervengono delle start up come Kukua, che sviluppa contenuti educatvi per l’infanzia, dedicati alle comunità dell’Africa Subsahariana. A capo dell’impresa c’è una donna italiana. 

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Le nuove Barbie che rispecchiano i fisici delle donne vere

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Da anni si discute delle proporzioni assurde di Barbie, della necessità di proporre alle bambine modelli di bellezza meno severi e irrealistici, eppure sta suscitando ilarità e condanne la nuova proposta di Mattel che ha lanciato una collezione di nuove Barbie con differenze fisiche che rispecchiano la varietà reale delle donne.

Una decisione storica considerando che la celebre bambolina bionda era rimasta pressocché invarianta sin dagli anni Cinquanta, quando fece la sua comparsa nel mondo dei giocattoli conquistano generazione dopo generazione. Secondo il Time, nella sua storia la bambola ha raggiunto 150 paesi del mondo con fatturati annui da capogiro diventando il simbolo stesso della ragazza americana bionda che ama la moda.

Oggi insieme alla classica Barbie dal vitino di vespa arriva quella bassa, quella curvy, quella alta. Non si perde tempo per gridare allo scandalo, contraddicendo anni di lotte per ottenere il rispetto del corpo femminile, per crearci noi stesse una percezione del corpo della donna che non sia dipendente da modelli fuori portata ma più legata alla realtà concreta che viviamo tutti i giorni.

Mattel ha colto i venti di cambiamento e ha lanciato la campagna #TheDollEvolves che racconta in un video come le bambine moderne percepiscono le differenze visibili tra le nuove bambole appena proposte sul mercato così come intorno a loro, tra se stesse e tra le donne della loro vita quotidiana.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=vPETP7-UfuI]

Le nuove Barbie saranno disponibili in tre varianti di fisico e con diversi colori di pelle e capelli per rappresentare la grande varietà di forme fisiche e taglie che le donne reali hanno nella vita. Secondo chi plaude a questa scelta, si tratta di una presa di coscienza di una questione molto importante e assai dibattuta. Secondo i detrattori invece è solo una mossa commerciale per incrementare le vendite in calo.

Evelyn Mazzocco da casa Mattel ha voluto sottolineare che si tratta di un nuovo progetto che vuole dare valore alle donne, una missione che Barbie ha sempre portato avanti, prima intraprendendo carriere diverse e lasciando i panni della casalinga, oggi rivoluzionando la sua stessa iconica forma.

La nuova linea sarà lanciata ufficialmente questa primavera e includerà, oltre alla versione originale della bambola, la variante molto alta, quella molto bassa e quella con curve generose. Sono differenziazioni che già esistono nella moda, molte aziende propongono tra le proprie linee capi petite, tall e curvy. Oltre a ciò si potrà scegliere ta 7 colori di pelle, 22 colori di occhi e 24 acconciature di capelli.

Lavoratrici autonome, più tutele sulla maternità

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È tempo di rendersi conto che la vita economica del Paese sta cambiando e presto ci saranno delle grandi novità anche per le lavoratrici autonome. Non si parla soltanto di tempi di pagamento più brevi e della detraibilità di alcune spese, che valgono anche per gli uomini, ma delle novità legate al tempo della maternità.